Tu hai scritto al mio amico immaginario, ebbene sì, immaginario lo sono, ma ovunque, e sempre. Spiegarti questo per me è molto difficile. Io cammino nella distruzione di tutto, poiché sono nella mia completa distruzione mentale, e per esprimermi devo aggrapparmi a qualcosa, a qualcosa che io sento sia reale, e bella. È questo il concetto che mi frega: il bello. Ma quando tutto è distrutto il panorama diventa più ampio, la verità più grande e luminosa, incontenibile oserei dire. E io me ne vergogno. Preferisco mentire. Ho costruito città intere su di me, in mezzo a queste rovine: Roma, Parigi, perfino New York. Un giorno come tu sai anche San Francisco. Sono città che esistono ma io ho contribuito a renderle irreali a mio piacimento. Sono i luoghi in cui mi sono rifugiato quando ho cominciato a fuggire da me. Da quella bestia imbecille in cui ho sempre rifiutato di guardarmi. Ora riesco a vedere molte cose, molte rovine, ciò che vorrei fare è distruggere ancora di più, radere al suolo, tornare bambino e sorridere in mezzo a queste rovine. – Mi sento un fallito suona troppo scontato da battuta banale di un film.- Ero bravo a mentire anche da piccolo, ma quelle menzogne erano di poco conto, molto fantasiose, e forse non nuocevano alla mia salute, o forse sì, perché hanno contribuito ad essere ciò che sono. Credo di essere stato un bambino autistico da piccolo, non ho parlato fino ai 5 anni e ho sempre avuto problemi a relazionarmi con la gente. Per me è difficile chiamare questa difficoltà timidezza. Il punto è che ho dovuto dire che sono stato autistico. Quando sono ubriaco perfino mento, e molto, e bene. Non c’è via di scampo. In fondo sono un essere gentile, ascolto i dolori degli altri, e più che consigliare, ascolto ancora, faccio in maniera tale che si consiglino da soli. Va a finire che se il dolore mi piace, lo indosso anch’io per un po’. I panni di me stesso li ho dimenticati da un bel po’. Mi piace ascoltare i dolori degli altri, mi fa sembrare in qualche maniera uno che può aiutare perché sa, di poter capire l’altro, visto che non posso essere capito. Non sono pazzo, sono soltanto stupido (vedi come funziona bene il meccanismo del mentire?). Ma c’è un pericolo ben maggiore che questo: si chiama la città del futuro, è una città fatta di soddisfazione personale e quella di riuscire a raccontare le proprie vicissitudini ma proiettate in un altro personaggio. Frega niente se poi in giro andrò dicendo che ero io. Lui rimane un Altro. Vedi, anche adesso non sto dicendo il vero. Sono un io mascherato dalla musica che sto ascoltando, emotività a palate. Da cosa nasce tutta questa mancanza, questo vuoto, non so, non l’ho mai saputo. Ma ti ripeto, io non sto scrivendoti la verità. È la musicalità di questo scrivere ciò che m’impedisce di. Se fossi sceso più nel dettaglio forse, sì. Ma è quella che sento in questo momento, che ho ben mascherato con tutte quelle immagini di città e cazzate del genere. Insomma, io da qualche parte questo vuoto devo interrogarlo, giocarlo, disperarlo, divertirlo emotivamente. Non sono in grado di esistere come un animale! L’amicizia. Esiste soltanto nel mio irreale, e irreale sì, se te lo stessi chiedendo, è tutto ciò che ho dentro, irraggiungibile, perché svanisce, cambia, si distrugge, e qualche volta ritorna. Sono un malinconico è vero. Ma di un futuro mancato. Di un passato distorto. Cosa posso offrirti di me? Le tue parole sì, mi hanno fatto bene. Ma io non posso, se ci riesco, lo devo grazie al fatto che per te significano altro, ed ecco sì, io scrivo per pararmi il culo, anche per pararti il culo, ma pararti il culo significava per me pararmi il culo, e insomma se fai due +due uguale a quattro potrai anche capire il perché.


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