Non m’ingozza d’inventare un titolo figo che attiri la vostra attenzione
Permanent vacation è un film che mi è entrato letteralmente nelle vene. Ogni fotogramma e rumore sembra essere trasmisgrato nel mio fottuto neurone della memoria. Non sono molto bravo a ricordare. Forse perché ricordare non è divertente quanto raccontare. Che poi tutta questa impossibilità di esprimermi da cosa cazzo nasce? Probabilmente dal fatto che nel mondo c’è troppa impassibilità e tutta questa confusione di pelle e sudore e dolore androgino che ti porti dentro non è che un manichino prosciugato da una gigantesca zanzara succhiacazzi. È una strana e pesante voglia di capire. E i ragni non sono così pericolosi così come pensavo. Tutte queste allucinazioni cadute nel buio, baldracche e sifilidi e virus nello sperma, nell’occhio come nel cielo. Forse dovrei smetterla di pensare a Londra e andarmene direttamente a Berlino. Il finale di permanent vacation è pressappoco questo: due ragazzi si sono appena conosciuti, uno è appena sceso da una nave approdata a New York da Parigi, e dopo un po’ di conversazione arrivano a dirsi: A: e adesso cosa farai?. B: andrò a Parigi. A: non ti piace New York? B: … A: sono sicuro che Parigi sia la città adatta per uno come te. A me non piace. Credo sia più adatto ad una città come New York. B: … A:Bè, buona fortuna. B: buona fortuna.
Buona fortuna.